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E il tempo tace

Il tempo tace.Questa è la fortunata, penetrante intuizione di Jaspers. Una delle molte. Già Bergson aveva sentito la necessità di aprire la sua Evoluzione creatrice precisando che c’è un tempo dell’intelligenza – quello degli orologi direbbe De Crescenzo – e un tempo della coscienza: quello vero. E questo tempo si chiama durata.

Jaspers va perfino oltre: l’autenticità dell’esistenza soggettiva si manifesta – diremmo, si esperisce – solo oltre la somma degli istanti di cui sembra fatto il tempo, a cui sembra ridotta la vita. C’è un punto, quello della orteghiana realtà radicale, dove ciascuno di noi è se stesso e si pone come mistero per l’altro. È sempre simpatico, quanto valido, l’aneddoto di Ortega y Gasset: se ho il mal di denti, per quanto sia un abile comunicatore e sia circondato da amici intimi, quel mal di denti sarà sempre e solo mio; nessuno, pur dotato di straordinaria empatia, e per quanto si sforzi di comprendermi, potrà provare il mio mal di denti.In fondo, l’esistenza autentica di Jaspers e di Heidegger, la realtà radicale di Ortega y Gasset, il singolarismo egoistico di Piovani, ci raccontano questo: che nella parte più profonda, più intima, ciascuno di noi è, può essere, davvero se stesso, vivente, esistente. E, come tale, dal fondo della propria esclusività, non c’è possibilità di comunicare, come non c’è modo di mettersi nei panni altrui, che sia mal di denti o altro.

E. Hopper, Hotel Window (1955)

L’autenticità dell’esistenza implica la sua incomunicabilità. L’autenticità dell’esistenza si esprime nel silenzio. Il silenzio è la forma più pura di comunicazione, perché non si contamina, non altera quella radicalità, non la storpia. La parola, qualunque, anche quella sincera, è già una bugia. È già ciò che non è. Lo è sempre.In Ragione ed esistenza, Jaspers aggiunge: «Il silenzio dell’essere della verità nella trascendenza […] ecco il limite nel quale per qualche istante può risplendere ciò che è il tutto senza divisioni; ma nel mondo esso scompare, per quanto influisca decisamente sull’essenza dell’uomo, ed è incomunicabile, perché la comunicazione lo attirerebbe nei modi dell’essere onnicomprensivo nei quali sarebbe frainteso».

G. Tooker, Landscape with Figures (1966)

Un po’ ciò che andava dicendo da tempo lo stesso Ortega, quando cercava di persuaderci che la società è finzione, è una recita, è rinuncia a ciò che ciascuno di noi davvero è: ma per questo è società ed è possibile una società, perché è trascendenza di egoità. Il silenzio è, dunque, la forma di comunicazione più autentica, che accompagna l’esistenza autentica, radicale. E, pertanto, non solo il silenzio non è negazione della comunicazione – essendo, al contrario, la sua forma più pura; ma è, di più, il luogo dell’autenticità. L’esistenza non è solo ciò che facciamo, ciò che diciamo, ciò che scriviamo, dipingiamo, ratifichiamo, proclamiamo, promettiamo. L’esistenza è, per gran parte, e quantomeno per quella più autentica, tutto ciò che non diciamo, che non comunichiamo, che non scriviamo. L’esistenza più pura, il vissuto più onesto con se stessi – e col quale è dura fare spesso i conti – è nelle lettere che avremmo voluto scrivere, ma che sono finite nel cestino o chiuse in un cassetto; nelle telefonate che abbiamo preparato, immaginato, perfino ripetuto e recitato, senza aver mai composto il numero; noi siamo le parole che non abbiamo detto, ma che abbiamo solo pensato, direi solo esperito e vissuto nella loro origine, nell’intreccio dell’emozione che alimenta la vita, lontano dalla ricerca dello stile letterario o di un conformismo grammaticale. L’esistenza è il ricordo non condiviso – nonostante il tasto “condividi” sia sempre a portata per ogni ricordo – rivissuto nella chiusura della propria gioia o della propria malinconia. È il pensiero che non trova le parole, quello più pieno, più denso, pensiero solo pensiero, che non diventa parola, né azione. “Non ci sono parole per descrivere quello che provo, quello che sento” è un’espressione di senso comune che indica un bisogno – quello di comunicare – mai davvero soddisfatto.

N. Van Wieck, Q Train (1990)

E c’è un tempo per ciò che accade e un tempo per ciò che non accade, se non dentro la nostra realtà. Un tempo da condividere, da misurare, da raccontare; e un tempo indefinito, eterno, pesante, o leggero, lungo, e ogni tanto troppo veloce e breve. C’è un tempo che non passa mai e un tempo che vola via, più veloce delle parole. C’è un tempo in cui facciamo, diciamo, parliamo. E c’è un tempo in cui il silenzio non si fa parola, resta pura progettualità, puro pensiero, pura speranza, puro desiderio: è il tempo in cui non ti ho scritto, non ti ho parlato, ma è il tempo in cui ti ho pensato, ti ho desiderato. È questo il tempo dell’esistenza, quello fatto di mesi, di anni, di vite intere, in cui ogni giorno ti ho telefonato senza farlo davvero, ti ho parlato, parlato e ancora parlato senza mai dirti nulla, ti ho baciato senza che tu lo sapessi.In questo senso, l’esistenza «è nel tempo eppure al di là del tempo. È per esso che si può parlare, ma non si può parlare di esso. Per il pensiero come per la comunicazione il punto d’arrivo è il silenzio».

P. Ernesaks, Love the Silence

Ma silenzio non vuol dire esser condannati ad una solitudine radicale ad ogni costo; silenzio è ancora, più di ogni altra cosa, comunicazione, cioè relazione con l’altro. Silenzio significa esser in grado di dare il giusto peso alla parole, misurarle, non promettere senza mantenere, non giurare invano. Silenzio è, in fondo, un invito a essere autentici – per quanto possibile – con gli altri: a patto che gli altri sappiano ascoltare, vogliano ascoltare il nostro silenzio. Ma è richiesto impegno, energia, tensione e tempo. Tutto il tempo del mondo, perché, ad un certo punto, il tempo tace. Ma è lì che la vita può diventare vita.

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Fondatore di Etica-mente. Ricercatore di Filosofia Morale presso l'Università di Catania. Direttore del Laboratorio di Etica e Informazione Filosofica e Chief Examiner per l'IBO. Si occupa di Etica Contemporanea, Etiche Applicate e Antropologia Filosofica.

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