In principio era la meraviglia: thaumazein vs “effetto blasé”

L’umano alla vista dell’immenso e conturbante spettacolo della natura ha sperimentato un sentimento di meraviglia che lo ha indotto a filosofare. Dunque, principio della filosofia è la meraviglia. Ma cosa rimane oggi di questo umano thaumazein? Quali sono le difficoltà che la meraviglia incontra al tempo dei social, di internet, nell’era del postumanesimo?

A riconoscere thauma, la meraviglia come principio della filosofia e come pàthos – sentimento – caratteristico del filosofo sono stati proprio due grandi del pensiero antico: Platone e Aristotele.

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G. De Chirico, I filosofi greci (1925)

La meraviglia in Platone

Nel Teeteto, Platone fa dire al suo protagonista di essere preso da una meraviglia tale da provare un senso di vertigine. Dice Teeteto:

“Per gli dèi, veramente, Socrate, io mi meraviglio enormemente per cosa possano essere mai queste visioni e talvolta, guardandole intensamente, soffro le vertigini”.

A questo, il Socrate di Platone risponde:

“Si addice particolarmente al filosofo questa tua sensazione: il meravigliarti. Non vi è altro inizio della filosofia, se non questo, e chi affermò che Iride era figlia di Taumante come sembra, non fece male la genealogia”. (Platone, 155d, p. 261)

La meraviglia in Aristotele

Nel primo libro della Metafisica Aristotele afferma:

“Gli uomini hanno iniziato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia. Mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori: per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri, o i problemi riguardanti la generazione dell’universo intero. Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere; ed è per questo che anche colui che ama il mito è, in un certo senso, filosofo: il mito infatti è costituito da un insieme di cose che destano meraviglia”. (Aristotele, libro I, 2, 982b, 10, p. 11)

C. D. Friedrich, Viandante sul mare di nebbia (1818)

La filosofia come luce

L’umano dunque ha cercato di rischiarare con la filosofia le tenebre del mistero in cui da sempre è avvolto. Come scrive Platone nel Fedone, la filosofia deve costituire un cammino che conduca dalla schiavitù dell’oscurità allo splendore del manifesto. In altre parole, il compito del filosofo è quello di vedere e di comunicare agli altri quello che ha visto, assumendosi anche il rischio di non essere creduto.

La filosofia nasce in Grecia come sintesi inseparabile di cosmologia, antropologia e teologia da quel principio di meraviglia che ha spinto l’uomo a cercare di comprendere il suo posto nel mondo. La filosofia nasce da quella scintilla luminosa e divina che ha indotto l’umano a filosofare, a farsi parola di luce che rischiara le menti. Parola che si esprime in una molteplicità di pensieri, tutti diversi l’uno dall’altro: proprio come un fascio di luce che attraversa un prisma.

A. Masson, Goethe e la metamorfosi delle piante (1940)

Filosofia e cristianesimo: “In principio era il verbo”

Il meravigliarsi al cospetto del circostante, dunque, ha indotto i filosofi a riflettere sul divino, sull’umano, sulle origini del cosmo, sul senso della vita. In particolare, quando la filosofia riflette sui principi può finire per collimare con la teologia. Riferendoci nello specifico al Cristianesimo la questione diventa particolarmente spinosa per diverse ragioni. In primis, sin dall’affermazione di questo culto, i seguaci di Cristo hanno considerato la filosofia una minaccia, essendo permeata da quel pluralismo insito nel cuore dei paganesimi greco-romani. Al contrario, il Cristianesimo che è una religione monoteista ammette uno e un solo principio:

“In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta”. (Giovanni, 1, 1-5)

Filosofia e paganesimo: “In principio era la meraviglia”

Di fronte a questo principio monolitico, che strappa alla filosofia il ruolo di “portatrice di luce”, a nulla valsero appelli di pluralismo come quelli dell’oratore romano Quinto Aurelio Simmaco: “Contempliamo le medesime stelle, ci sovrasta lo stesso cielo, uno solo è l’Universo che ci circonda: che importa quale sia la dottrina che ciascuno segue per ricercare la verità? Non si può giungere per un’unica via ad un mistero così sublime”. (Simmaco)

V. Van Gogh, Notte stellata (1889)

Prima della sua affermazione il cristianesimo era considerato dai filosofi greci e romani una setta religiosa minoritaria. Si trattava però di un culto molto efficace a lenire le angosce di un impero in declino. Promesse di redenzione, paradisi ultraterreni e vita eterna offrivano prospettive più confortanti rispetto a quelle pagane. Così a partire dal 313 d.C. con l’Editto di Costantino il cristianesimo cominciò ad ottenere privilegi fino ad imporsi sotto Teodosio come unica religione ammessa. La sua ortodossia inizialmente era però assai fragile. Fu proprio per proteggerla che Giustiniano nel 529 d.C. dispose la chiusura della Scuola di Atene: la filosofia era un pericolo.

Al di là di ogni credo

Lasciamo però da parte il complesso scontro tra pagani e cristiani per condurre una riflessione più semplice. Se l’uomo non avesse attivato i circuiti del pensiero meravigliandosi al cospetto del circostante, forse non sarebbe stato capace di elaborare l’idea del divino, sia esso inteso come trascendente o come immanente. Possiamo allora concludere che – al di là di ogni credo – “in principio era thauma, la meraviglia”.

J. W. Waterhouse, Lo spirito della rosa (1908)

Principio meraviglia

L’atmosfera serena dell’alba, i colori accesi di un tramonto. Il turbamento del tuono, l’inizio di una tempesta, l’improvvisa eruzione di un vulcano. La maestosità di una cascata, il volo leggiadro degli uccelli, il profumo del gelsomino appena sbocciato. Il primo vagito di un bambino. Tante sono le situazioni che possono suscitare nell’uomo la meraviglia. Eppure, nel mondo attuale questi stimoli sono diventanti talmente tanti  da non produrre più pàthos, bensì l’attutimento della sensibilità, del pensiero critico. In una parola, l’a-pathia.

Nel mondo attuale infatti agli stimoli naturali si sommano quelli provenienti dagli schermi. Attraverso televisione, radio e social media viviamo un continuo bombardamento di informazioni e soprattutto di immagini. Come afferma Kapuscinski, “il ruolo dell’immagine televisiva è immenso, tuttavia bisogna rendersi conto che l’immagine non suscita riflessione, ma agisce solo sulle nostre emozioni”. (Kapuscinski, 2006, p. 87).

Meraviglia vs “effetto blasé”

Nulla riesce più a meravigliarci: questo il rischio più grande. Senza un’adeguata selezione critica, la sovraesposizione alle informazioni, alle immagini e ai suoni che provengono dal digitale può indurre a quello che Simmel definisce come “atteggiamento blasé”.

R. Magritte, Golconda (1953)

“L’essenza dell’essere blasé consiste nell’attutimento della sensibilità rispetto alle differenze tra le cose, non nel senso che queste non siano percepite […] ma nel senso che il significato e il valore delle differenze, e con ciò il significato e il valore delle cose stesse, sono avvertiti come irrilevanti. Al blasé tutto appare di un colore uniforme, grigio, opaco, incapace di suscitare preferenze.  […] Le cose galleggiano con lo stesso peso specifico nell’inarrestabile corrente del denaro”. (Simmel, 1995, p. 43).

Questa incapacità di scegliere, di provare meraviglia, di “essere filosofo” si ripercuote sul sapere, sul lavoro e sulla vita stessa. Tutto ciò non fa che alimentare il pensiero dominante unico, piatto e disincantato. Ogni cosa comincia a sembrare monocroma e priva di significato. Con questo non si intende sminuire il valore delle nuove tecnologie, bensì incoraggiarne un uso illuminato da una consapevolezza critica dei rischi che essi comportano.

G. Tooker, Lunch (1964)

Eticamente tecnologici

Stimolare la meraviglia, diffondere la filosofia, incoraggiare il libero pensiero divergente è importante per permettere a ogni essere umano un’esistenza di valore. Dunque usare le nuove tecnologie pensando “con mente etica”, non vuol dire cadere in inutili moralismi, ma salvare l’umano dalla “perdita di senso”, salvare la bellezza (si veda su questo punto, Perché la tecnica ha bisogno della bellezza). Del resto, ancora oggi a distanza di millenni, la filosofia ha sempre a che fare con l’essere umani e oggi più che mai con il rimanere umani, anche in un mondo che cambia e che inizia a ibridare l’umano con il non umano.

“La tecnica è certamente una perfezione, ma una perfezione ottusa, ripetitiva, priva di scopo. Produce e alimenta l’ansia di arrivare – e arrivare velocemente, in fretta -, ma non si arriva mai perché, […] si è dimenticato lo scopo del viaggio lungo la via. […]. Il senso di smarrimento e di inautenticità, il vago, ma reale e penoso, disagio che definisce il vivere odierno hanno probabilmente qui la loro radice. Del resto, non è detto che l’uomo possa vivere alla velocità della luce. Ci vogliono ancora nove mesi per procreare un bambino”. (Ferrarotti, 2009, p. 11)

Se la tecnica dunque semplifica e banalizza, riuscirà l’umano – eticamente – a preservare la complessità propria della sua natura? Riuscirà a preservare questo principio filosofico, la meraviglia?

Bibliografia

  • Aristotele. 2004. Metafisica. Milano: Bompiani
  • Ferrarotti, Franco. 2009. Elogio dell’autenticità in Lettera internazionale, n. 100
  • Kapuściński, Ryszard. 2006. Autoritratto di un reporter. Milano: Feltrinelli
  • Platone. 2011. Teeteto. Milano: Rizzoli
  • Simmaco, Quinto Aurelio. Relatio III. De ara Victoriae, Pars I, 10.
  • Simmel, Georg. 1995. Le metropoli e la vita dello spirito. Roma: Armando
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Studentessa di Filosofia presso l'Università di Catania. La scrittura e la lettura sono due dei miei luoghi preferiti. Mi incuriosisce tutto quello che riflette sul mondo di oggi sotto una luce filosofica.

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