Esistere è ricordare? Sul concetto di ripetizione in Kierkegaard

“Una cosa guadagna o perde a essere ripetuta?” (Kierkegaard, 2000, p. 11): è questa la domanda che spingeva nel 1843 Constantin Constantius, uno degli pseudonimi usati da Søren Aabye Kierkegaard, a indagare il concetto di ripetizione — uno dei più impegnativi della riflessione del Danese e della filosofia in generale — e a dedicarvi un’intera opera, Ripetizione.

In quello che è un libro di difficile analisi, un misto di narrativa e saggistica filosofica poco sistematica, il sistematico Kierkegaard distingueva tra ripetizione e ricordo: sia il ricordo, sia la ripetizione sono movimenti, kínesis, nel tempo: ma, mentre il ricordo è legato al passato, anzi è un movimento verso il passato, verso ciò che più non è, la ripetizione è un movimento opposto, tendente verso il non-ancora, speranza di futuro: la funzione della ripetizione è di recuperare un evento passato e ripeterlo, portarlo nuovamente ad esistere, anzi a nuova, rinnovata esistenza. Ecco: il ricordo è legato al vecchio, mentre la ripetizione è opportunità di novità, slancio verso il futuro. Ma esistere è ricordare? O ripetere? E quale scegliere, tra ricordo e ripetizione? “Ché la speranza è un frutto invitante che non sazia, il ricordo un viatico stento che non sfama” (p. 13). 

L. Janssen, Kierkegaard (1902)

Va quasi da sé che per Kierkegaard esistere è ripetere, ripetersi, riportare in vita ciò che è già stato, ciò che è già esistito. Se la reminiscenza — secondo il senso dell’anámnesis — invoca un sapere che è già posseduto e che deve essere solo recuperato, la ripetizione riporta in vita ogni volta l’accadimento e l’accaduto, permettendo all’esistenza di avanzare, senza restare invischiata nei pantani del ricordo, nella paludosa malinconia di ciò che fu, attanagliato dai morsi della nostalgia e dai rimorsi del passato, accompagnato da dolci pianti e da amari rimpianti. Ripetere è il sogno umano di far ancora succedere ciò che un tempo successe.

Doveva essere così per il più struggente vivere del malinconico giovane innamorato, che andava a trovare Kierkegaard nel suo appartamento di Copenhagen per confidargli dolori e paure sulla sua amata: a cominciare dalla paura di perderla, che lo immobilizzava, impedendogli di vivere autenticamente quell’esperienza erotica, paralizzandolo intorno al ricordo; già, “il ricordo ha il gran vantaggio di cominciare con la perdita, e quindi va sicuro, giacché non ha nulla da perdere” (p. 19).


L’amore è uno degli eventi che perturbano il tempo, come un sasso lanciato nella quiete di uno stagno. Ricordo e ripetizione combattono, come strattonando per dominare l’evento, tirandolo, se lo litigano, come avvoltoi in attesa di banchettare sulla dolce mestizia dell’innamorato, fragile com’è satollo di memoria: l’evento finisce per diventare quasi un ricordo, poi dirompe verso l’esistenza, ripetendosi. Un salto nel continuum, quasi un errore nel flusso lineare del tempo, la ripetizione riprende il passato e veloce lo rigetta nel tempo in modi nuovi. In effetti, la ripetizione è quel misterioso fenomeno che crea un’interruzione nella temporalità — su cui altri interrogativi emergono, come qui — e che, insieme, rimbalza nel tempo anelando all’eternità, come “l’arrogante vastità del mare” o “l’erba rorida di guazza”. 

“La dialettica della ripetizione è semplice: ciò che infatti viene ripetuto, è stato, altrimenti non potrebbe venir ripetuto; ma proprio il fatto che ciò è stato determina la novità della ripetizione. […] Senza la categoria di reminiscenza o ripetizione, la vita intera svanisce in un rumore vuoto e inconsistente. […] Ripetizione è la parola d’ordine di ogni concezione etica” (p. 35).

R. Magritte, Memoire (1948)

Kierkegaard è convinto che la ripetizione sia la soluzione al problema dell’esistere autenticamente e vuole dimostrarne la possibilità mediante un esperimento psicologico (questo il sottotitolo della sua opera del 1843): tornare a Berlino, in carrozza, alloggiare nello stesso appartamento in cui si era già trovato molto bene un anno prima, affacciato su Platz der Akademie, andare a teatro a vedere lo spettacolo di farsa che aveva tanto apprezzato — uno dei migliori, a suo dire. Insomma, ripetendo l’esperienza, Kierkegaard contava di dimostrare non solo che la ripetizione esiste, ma, soprattutto, quanto essa sia l’aspetto centrale dell’esistere: si esiste grazie alla ripetizione.

Tuttavia, una volta giunto a Berlino dopo un viaggio in carrozza lungo 36 scomodissime ore, recatosi all’indirizzo dell’amico che lo aveva ospitato circa un anno prima, dall’ottobre 1841 al marzo 1842, scoprì subito una novità: l’amico nel frattempo si era sposato e la sua sistemazione non sarebbe stata la stessa di prima — comunque gli venne data una stanza con ingresso indipendente. Kierkegaard, molto sistematico, esperì la prima rottura nella possibilità della ripetizione. Una delle sere successive si recò nel locale in cui aveva bevuto dell’ottimo caffè durante il precedente viaggio, senza tuttavia riuscire questa volta a goderne né la qualità, né la generale atmosfera. Quando scoprì che a teatro, al Königstädter, davano Der Talisman, che lui aveva visto e apprezzato poco tempo prima, entrò di corsa ad assistere dall’ultimo palco rimasto disponibile: l’esperienza si rivelò deludente. Kierkegaard, che era tornato a Berlino per dimostrare la possibilità della ripetizione, verificò che “l’unica cosa a ripetersi fu l’impossibilità di una ripetizione” (p. 64).

Lasciata Berlino, alquanto insoddisfatto, tornò anzitempo a Copenhagen. Nonostante avesse raccomandato al suo domestico di non toccare nulla durante la sua assenza, la servitù ne approfittò per fare pulizie e mettere a soqquadro l’abitazione del Filosofo: grande fu lo stupore, del domestico e di Kierkegaard, allorché questi si presentò all’uscio di casa. Il domestico quasi svenne, Kierkegaard, incredulo, ebbe a notare che non solo a Berlino, perfino a Copenhagen, anzi, perfino in casa sua, la ripetizione era impossibile. L’ironia, concetto centrale nella filosofia kierkegaardiana, trovava conforto nella valutazione finale della sua esperienza, del suo esperimento psicologico: “La mia scoperta non era significativa, e tuttavia curiosa: avevo scoperto che la ripetizione non esisteva affatto, e c’ero arrivato a forza di ripetizioni” (p. 65). 

V. Van Gogh, Portrait of Dr. Gachet (1890)

Dunque, Kierkegaard, che si era sforzato di dimostrare l’importanza della ripetizione, infine scoprì che l’esistenza non prevede alcuna pianificazione. Egli dimostrò qualcosa di perfino più importante: che la ripetizione, con la quale l’esistenza si slancia in avanti, si pro-ietta nel mondo, non passa per la ripetizione dell’esteriorità: il viaggio, la carrozza, l’appartamento, il teatro, il caffè; ma, al contrario, l’esistenza richiede una rivisitazione, un rinnovamento interiori, un vedere con occhi nuovi eventi del passato, specialmente quelli significativi. È il rimando a sempre nuove possibilità di interpretazione, a sempre possibili scoperte, a nuovi ed imprevisti usi. È il riconoscimento della soggettività che riafferma continuamente se stessa. La ripetizione non doveva significare riproposizione oggettiva dell’evento, esteriormente posto, ma rivisitazione, rivissuto dell’evento. Non si trattava dunque di una mera messa in scena di ciò che è stato, come a teatro, ma un rivivere, con nuova intensità e nuovi significati, eventi del passato. Diversamente dal ricordo, la ripetizione non vuole restare incagliata nelle secche della memoria, ma vuole rivivere ancora e ancora e ancora e in modo sempre nuovo, sempre diverso.

La ripetizione, quindi, non è una collezione di repetita, né frutto di una programmazione; la ripetizione è la modalità attraverso cui l’esistenza si sa rinnovare, dà vita ancora a se stessa, scopre se stessa in modi nuovi, inaspettati, inattesi, imprevedibili. È tornare a Berlino per vedere ciò che non si era visto; per assaporare il caffè dopo averne bevuti molti altri; è passeggiare per le sue strade e incontrare una persona nuova mentre si è seduti sulla stessa panchina del solito parco. Ma, ogni novità dovrà sempre essere ricondotta a sé, alla propria storia, inquadrandola, mettendola a fuoco, senza subirla passivamente. Ripetizione è quella speranza dell’inattesa sensazione che porta il ricordo passato improvvisamene nel presente, come ben spiegava Proust: “Tutte le cose della vita che sono esistite un tempo tendono a ricrearsi” (1990, p. 290). Del resto, 

“senza neanche una ripetizione, cosa sarebbe poi la vita? Chi potrebbe augurarsi d’essere una lavagna su cui il tempo scrivesse ad ogni istante un rigo nuovo, o d’essere un memoriale del passato? Chi potrebbe augurarsi di venir eccitato da tutto l’effimero, da tutto quel nuovo che sempre in modo nuovo diletta mollemente l’anima?” (pp. 13-14).


È chiaro che il concetto di repetizione, così come andava delineandosi, sarebbe stato strettamente collegato ad un altro concetto, emblematico della filosofia di Kierkegaard: l’angoscia (Bârliba, 2014, p. 29). Ciò che Kierkegaard aveva infine scoperto era la forza del ricordo, che poteva dare vita ad una ripetizione non meramente meccanica, ma solo evocativa, poetica, simbolica: dunque, rifare quel viaggio, tornare a bere quel caffè, incontrare quella persona nello stesso luogo in cui la si era incontrata, potevano avere senso solo se inserite in un’esplorazione alla ricerca di un nuovo senso, non già nella riproposizione pedante — ed impossibile — dell’evento passato. La voglia di ripeterlo era data non già dalla possibilità di una ripetizione, ma dalla forza del ricordo, che tuttavia non aveva alcuna chance di tornare ad esistere come mera ripetizione, se non a patto di accettare la rinnovata esperienza, l’apertura ad un nuovo senso, perfino l’apertura ad una possibile delusione — come nel caso del viaggio berlinese di Kierkegaard — o lo scacco dinnanzi ad un evento noto, forse anche amato, ma ormai privato di quel senso antico. Era la scoperta che la vita non è ripetibile, ma solo esperibile; pura esistenzialità che si rigenera continuamente.

E. Munch, Despair (1894)

Pertanto, il vero senso della ripetizione doveva essere questo, dopo tutto: che la vita non poteva essere pianificata, né ripetuta; che le cose più autentiche sarebbero sempre capitate senz’alcun programma, fuori da una ripetizione; che ogni novità era possibile se inserita in un vissuto capace di darvi un senso; che ogni tentativo di ripetere il passato avrebbe avuto senso solo se in un’ottica di carpirne qualcosa di nuovo, e che questo nuovo sarebbe stato inaspettato, comunque certamente dagli esiti imprevedibili. E che questo nuovo sarebbe stato spesso solo deludente e deprimente. Perfino doloroso, nel senso etimologico di nostalgia, cioè di un dolore da ritorno, da ripetizione. E che il passare del tempo, l’accumulo di ricordi e il desiderio di ripeterli per serbarne la gioia non avrebbero infine significato che dispiacere e angoscia: “E non è così, che più diventiamo vecchi e più la vita diventa truffaldina, che più acquisiamo giudizio […] e più soffriamo? […] Più s’invecchia, più si capisce della vita e si prende gusto ai piaceri e s’impara ad assaporarli — più insomma si diventa competenti, e meno si è contenti” (pp. 66-67). Così doveva sembrare a Kierkegaard l’esistenza, a partire dall’esperienza amorosa con Regine Olsen.

P. Gauguin, Faaturuma (Melancholic) (1891)

Allora, non resta che esistere, trovando nuovi sensi e vivendo di sensi, provando nuove esperienze, partendo dalla memoria, stringendosi senza struggersi ai ricordi, sperando di poterne riassaporare la dolcezza, di ripeterne la memoria, o, almeno, di non restarne troppo delusi: “Il mondo appartiene allora alla Malinconia” (Jerome, 2019), che fa danzare il tempo, facendolo volteggiare lento sui ricordi, e facendolo poi balzare in avanti alla ricerca di una nuova emozione, come una vera follia di esistere. Non resta che tentare di essere sensibili ai particolari della vita quotidiana che, come una madeleine, possono in qualunque momento riversare il passato nel presente, senza tuttavia avere la pretesa di ripeterlo. Non resta che credere che ogni simbolo, ogni allegoria, ogni possibile evento possa essere una poesia non ancora scritta sulla vita ancora da vivere, una tela non ancora dipinta di esistenza, che, fugace, si sottrae ad ogni colpo di pennello. Allora, “avanti, spettacolo dell’esistenza!” (pp. 71-72).

Riferimenti bibliografici

  • Bârliba, Ionuț-Alexandru. 2014. “Søren Kierkegaard’s Repetition. Existence in Motion”. In Symposion, 1, 1
  • Boven, Martjin. 2018. “A Theater of Ideas Performance and Performativity in Kierkegaard’s Repetition“. In Ziolkowski, Eric Jozef (ed.), Kierkegaard, Literature, and the Arts. Evanston: Northwestern University Press
  • Jerome, Klapka Jerome. 2019. Pensieri oziosi di un ozioso per una vacanza oziosa (1886). Roma: Elliot.
  • Kierkegaard, Søren Aabye. 2000. La ripetizione (1843). Milano: BUR
  • Proust, Marcel. 1990. Alla ricerca del tempo perduto (1927). Roma: Newton Compton
  • Stan, Leo. 2017. Selfhood and Otherness in Kierkegaard’s Authorship: A Heterological Investigation. Lanham: Lexington Books
Author profile

Fondatore di Etica-mente. Ricercatore di Filosofia Morale presso l'Università di Catania. Direttore del Laboratorio di Etica e Informazione Filosofica e Chief Examiner per l'IBO. Si occupa di Etica Contemporanea, Etiche Applicate e Antropologia Filosofica.

4 Replies to “Esistere è ricordare? Sul concetto di ripetizione in Kierkegaard”

  1. Quando ho iniziato a leggere l’articolo, le ripetizioni di Kierkegaard mi avevano subito fatto venire in mente le “intermittenze del cuore” proustiane, ed infatti poi eccolo lì, Proust, a dare conferma alla mia intuizione. Ma poi, confusamente, mi è sopraggiunta un’altra idea, forse un po’ bislacca, durante la lettura. Qualcosa andava a sovrapporsi alle ripetizioni e alle intermittenze del cuore, ed è la teoria nietzschiana dell’eterno ritorno, se la vogliamo interpretare come l’incessante ripresentarsi dello schema, di uno schema che però è forma di una materia diversa, di un contenuto che necessariamente cambia pur mantenendo una sempre uguale struttura.
    Non ho letto questa opera di Kierkegaard, ma mi chiedo: è possibile pensare alla ripetizione come ad una sorta di necessità (in fondo l’uomo vive di abitudini e ricordi) ma, al tempo stesso, come trampolino di lancio di una ricerca del senso dell’esistenza? Nel momento in cui la ripetizione è deliberatamente ricercata e ricreata, allora potremmo non arrivare da nessuna parte. Ma nel momento in cui questa è puramente casuale, si pensi a Marcel che inciampa sul selciato irregolare e ritrova il tempo perduto, allora questa può aprirci a nuovi significati, ad un nuovo senso del nostro vivere. Ripetere è rievocare nel presente, ma anche proiettare nel futuro: le estasi temporali sembrano essere scomparse. E qui mi torna nuovamente in mente Nietzsche e il suo danzare dionisiaco che trasforma il tempo da lineare in circolare, penso alla volontà creatrice dell’uomo che non solo ha voluto, ma vuole e vorrà.
    In breve, mi sembra di poter intrecciare questi tre fili: Kierkegaard, Proust e Nietzsche. Potrei sbagliarmi sul terzo, ma se l’eterno ritorno non viene inteso in maniera deterministica, allora lo trovo piuttosto affine al discorso da lei affrontato.

    1. Grazie per il commento, ricco di suggestioni. Personalmente, trovo che la vicinanza di Proust sia la più evidente in termini di temi e modi. Nietzsche, per quanto tratti — anch’egli in modo non molto sistematico — il tema dell’Eterno Ritorno, lo fa in maniera diversa rispetto a quanto fatto da Kierkegaard. Il tuo spunto mi permette anzi di dire che Kierkegaard avrebbe tanto voluto credere in ciò in cui credeva Nietzsche, ma ha verificato che non esiste alcun Eterno Ritorno: la ripetizione non esiste. Esiste sola la vita che si riafferma continuamente rielaborando, con fatica, il passato, tra nostalgia, disperazione, angoscia, memoria e speranza. Nietzsche descrive una temporalità quindi opposta e una sicurezza ed una convinzione che sono certamente positive rispetto all’incertezza in cui piomba Kierkegaard. Potrebbe essere un bel tema da sviluppare questo delle differenti concezioni del tempo o della ripetizione vs ritorno.

  2. Se permettete, vorrei dire che Kierkegaard non piomba in nessuna incertezza. Se leggete la traduzione in italiano di Cornelio Fabro, vedrete che sui “Papirer”, X4 A 600, Kierkegaard (non lo pseudonimo Constantin Constantius, attraverso il quale vuole soltanto mostrare che la ripetizione non esiste nell’immanenza, né al modo di Nietzsche né al modo di Proust). La parola “ripetizione”, in lingua danese del secolo XIX, è “Gjentagelse” e vuol dire letteralmente: ripresa, riavere, recupero, prendere un’altra volta. Questa ripresa o recupero, dice Kierkegaard, non è neanche quella di Abramo riguardo Isacco (perché anche Abramo sperava per questo mondo, e lo stesso Giobbe), ma una ripresa che il cristianesimo ci ha insegnato che si fa nel campo spirituale, per mostrare, tramite la sofferenza, la nostra eterogeneità precisamente con questo mondo. La ripetizione, o meglio la Gjentagelse, è la coscienza dell’eternità.
    Vi ringrazio dell’attenzione.

    1. Grazie mille per il commento, molto preciso e puntuale. In effetti nel post non si parla di incertezza, ma della convinzione di Kierkegaard sul senso della ripetizione.

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