Magritte – The meaning of night

Il desiderio dell’altro e il distanziamento sociale

È verosimile credere che una pandemia come quella che il mondo sta vivendo cambi diametralmente alcune prospettive. Chi sono io? Chi è l’altro? Che cosa ci lega veramente? Ma soprattutto, che cosa (o chi?) sono io senza l’altro? Io sono io anche senza l’altro, o è l’altro che mi permette di essere? Quanto fa bene all’anima il distanziamento sociale? All’anima profana, all’anima senza Dio, all’anima che nell’altro può trovare pace e ristoro. In altre parole, quanto influisce il distanziamento sociale nel mio rapporto con l’altro, nel desiderio che io ho dell’altro?

Nessuno era abituato ai due metri di distanza, o forse uno, o forse uno e ottanta. Più in generale, l’uomo non è abituato alla distanza, tende ad una più o meno spontanea forma di aggregazione: che l’uomo è animale sociale è storia vecchia, ma anche molto vera. In realtà gli uomini e le donne non creano comunità con tutti, a dire il vero spesso l’altro si allontana: non è raro assistere al relegare ai margini chi è diverso, o chi semplicemente non si vuole conoscere. Ma in generale, la solitudine non è lo stato esistenziale prediletto dell’essere umano, che nei millenni ha sperimentato infiniti modi di vivere il rapporto con l’altro.

Nella sua Fenomenologia, Hegel parlava di autocoscienze che devono riconoscersi, che lottano fino all’ultimo sangue per il riconoscimento, per esistere. Quindi esisto perché l’altro mi riconosce. Ho bisogno dell’altro. L’altro mi guarda e nel suo sguardo io mi riconosco, mi tocca e nel suo gesto io mi sento, mi parla e nel suo suono io mi ascolto. L’altro è una mia necessità. Ci lega un rapporto ben più profondo dell’amicizia, dell’amore o dell’odio, un rapporto esistenziale: l’incontro.

P.-A. Renoir, Bal au moulin de la Galette (1876)

Un bellissimo racconto dell’incontro lo fa Pierre-Auguste Renoir nel 1876, quando dipinge il Ballo al Moulin de la Galette. È una scena a cui noi oggi non potremmo assolutamente assistere, alla quale non potremmo partecipare: l’altro è la spensieratezza di una danza, la piacevolezza di una conversazione leggera, la mano che stringe una vita, due guance che si sfiorano. Renoir è seduto in primo piano e ci invita a partecipare al clima di festa, a condividere il tempo del ballo e della frivolezza. Uomini e donne si abbracciano, volteggiano per la pista avvinghiati gli uni agli altri, condividono chiacchiere e tavoli, non si temono, non avvertono minacce. L’incontro andrà a buon fine probabilmente per tutti.

Ma nel momento in cui subentra una minaccia esterna all’uomo stesso, ecco che tutto cambia e le carte in tavola non sono più le stesse: tutti devono allontanarsi, tenere le distanze, nascondersi, perché l’altro potrebbe farmi del male, potrebbe addirittura uccidermi. Entra in gioco la paura. Quasi centocinquant’anni dopo, durante un mite inverno, non ci si può più avvicinare. Per giorni, settimane, mesi.

Quali saranno le ricadute sociali di un simile distanziamento sociale?

In un primo momento l’opinio communis voleva che non si vedesse l’ora di poter uscire dalle proprie case, di poter ricongiungersi, di potersi incontrare di nuovo; la vita casalinga sembrava pesare a tutti, il caffè al bar sotto casa sembrava un sogno fantastico e irraggiungibile, ma auspicabile, da realizzare al più presto. Poi le cose cambiano, e si inizia ad assistere ad una sorta di immobilismo non solo fisico, ma anche psicologico: la solitudine è diventata un’abitudine e l’altro non sembra più necessario. Il desiderio dell’altro sembra essere scomparso, svanito nel nulla, lontano nel tempo. Per paura? No, non sempre. La mancanza di entusiasmo nella speranza della fine del distanziamento sociale, la fretta del ricongiungimento è venuta, in molti, meno.

Ci si è abituati all’inerzia. Il pericolo dell’annichilimento è dietro l’angolo, è una conseguenza che non può non essere tenuta in considerazione. L’uomo è animale sociale ma è anche estremamente vulnerabile e fragile. È essere nel mondo ed essere con l’altro, ma talmente debole che può lasciarsi sopraffare da qualcosa di più grande di lui. È necessario guardare avanti con una certa consapevolezza, non lasciando indietro chi, alla fine di questa lunga storia, non riuscirà a camminare sulle proprie gambe.

Perché a volte è più facile combattere un virus che la paura, il nichilismo che ne può conseguire, il rischio di rimanere paralizzati in un universo che continua ininterrottamente a muoversi. Se per un verso abbiamo fermato il tempo, esso continua a scorrere inesorabile, nella stasi che il mondo sta vivendo. Un sonetto di Rainer Maria Rilke sembra quasi descrivere l’attuale stato dell’uomo, del mondo, del suo essere nel mondo.

Noi siamo nell'affanno:
ma il passo del tempo,
consideralo un'inezia
in ciò che sempre resta.

Tutto ciò che incalza 
sarà presto trascorso;
soltanto quel che indugia 
è ciò che ci consacra.

Fanciulli non buttate
il cuore nella rapidità,
ad arrischiare il volo.

Tutto s'è acquietato:
oscuro e chiarità,
fiore e libro.

Non tutto si è acquietato. Non lo sappiamo ancora quando questo succederà, non si sa quando lo sapremo. Sappiamo molte cose, ma non sappiamo niente. Siamo particelle di una galassia che non sa che esistiamo, atomi di un universo che andrebbe avanti nonostante noi. Il nostro destino è quello di vivere, come fragili porcellane, nella gettatezza, in un mondo che non è cattivo, ma non conosce giustizia.

Forse sarebbe necessario dare un senso a tutto questo: al mondo, alla paura, all’altro, alla nostra fragilità, al tempo. Credo che questa emergenza cambierà, non so quanto definitivamente, il nostro rapporto con la paura e con l’altro. Con l’altro che ci fa paura. Con la paura che l’altro possa vederci come un nemico. Non siamo nemici. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Abbiamo bisogno degli altri per essere noi.

E. Munch, L’urlo (1910) – particolare

Riferimenti bibliografici:

  •  Rilke, Rainer Maria. 2017. I sonetti a Orfeo (1922). Milano: Feltrinelli
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Laureata in Scienze Filosofiche, innamorata della curiosità.

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