In prima persona: dall’autoritratto all’autoscatto

“Il cambiamento d’aspetto. «Senza dubbio diresti che ora l’immagine è completamente cambiata!» Ma che cosa è diverso? La mia impressione? La posizione che ho assunto? […] Descrivo il cambiamento come una percezione; proprio come se l’oggetto fosse cambiato davanti ai miei occhi. «Ora io vedo questo». Questa è la forma della comunicazione di una nuova percezione.”

Così Wittgenstein, nella Seconda Parte delle Ricerche filosofiche, fa emergere come sia costantemente in divenire la percezione del mondo, dell’altro. Viviamo interamente la nostra vita in prima persona, ci approcciamo al nuovo in prima persona, gioiamo e soffriamo in prima persona. Fermamente convinti di chi siamo, di ciò che vogliamo e, addirittura, di cosa ci aspettiamo dagli altri. E a volte ci culliamo quasi a volerci ovattare dentro la nostra etichetta.

Ma, in prima persona, che percezione abbiamo di noi stessi? Molto spesso agiamo come se bastasse assegnare un Nome a qualcuno o a qualcosa perché rimanga sempre tale. Eppure è bene sapere che un Nome non riesce a fermare l’incessante cambiamento a cui tutti siamo sottoposti, e che noi mutiamo nel corso della nostra vita, illusi di rimanere sempre la stessa — prima — persona.

Come cogliere, allora, la nostra vera essenza? La nostra fragile e imprevedibile contingenza? A queste domande, Heidegger avrebbe risposto così: “L’opera d’arte apre, a suo modo, l’essere dell’ente. Nell’opera ha luogo questa apertura, cioè lo svelamento, cioè la verità dell’ente. L’arte è il porsi in opera della verità”.  Nulla, continua il filosofo, è più capace di cogliere il senso profondo delle cose quanto l’arte: se proviamo ad immaginare un paio di scarpe da contadino — propone lo stesso, a titolo di esempio — non avremmo difficoltà a farcene un’idea. Ma se quelle stesse scarpe appartengono a contadini affaticati che lavorano la terra e immortalati in un tipico quadro di Van Gogh allora, continua Heidegger: “Dalle scarpe promana il silenzioso timore per la sicurezza del pane, la tacita gioia della sopravvivenza al bisogno, […] l’angoscia della prossimità della morte”.

V. Van Gogh, Un paio di scarpe (1886)

“In quelle giornate eterne, ho cominciato a dipingere. Potevo muovere soltanto le mani. Potevo vedere soltanto me stessa: la faccia riflessa in uno specchio”. Vittima di un incidente mortale all’età di 18 anni, così Frida Kahlo racconta di come sia stato necessario un evento tragico per conoscersi veramente –in prima persona. Ma la τέχνη dell’autoritratto non è soltanto un mero ritrarsi simulando il medesimo incarnato: è percezione che muta di continuo. È il risultato di piccole tele finemente tratteggiate con delicati pennelli su cui si materializza la storia di un volto. Un giorno la curva del naso è morbida, l’altro ancora la si dipinge più pronunciata ed il tutto contornato dagli insidiosi umori del momento. “Ora io vedo questo” — scriveva Wittgenstein — «domani chi lo sa» —aggiungerei io. Pennellata dopo pennellata, correzione dopo correzione, l’autoritratto diviene compiuta manifestazione del “γνῶθι σαυτόν”: “conosci te stesso”.

L’arte, in ultima analisi, è disvelamento della sostanza ultima delle cose, ottimo farmaco per combattere l’aridità d’animo, via di fuga dal banale. In un mondo che ha sempre galleggiato su un lago di sterili luoghi comuni, certezze di cui non si fida più nessuno, l’arte è stata sempre in grado di cogliere la purezza; ha convertito in stupore quello che suscitava vergogna e messo a nudo la più profonda intimità dell’uomo, sia essa fisica che interiore.

Caravaggio, Narciso (1597-1599)

Non una forma definita interessa il pittore «allo specchio», ma il processo per cui egli si pone fuori di sé, si fa straniero a se stesso e attraverso questo movimento vuole ri-conoscersi” (Cacciari, 2004). È innegabile, pertanto, come dietro ad un autoritratto ci possa essere un lavoro di introspezione, di analisi, un lavoro soggetto a mille modifiche come quando, rileggendo una nostra lettera, ci accorgiamo di non aver reso l’idea come ci si auspicava.

E se l’autoritratto non è altro che un esempio di autobiografia, in che modo ci raccontiamo oggi in prima persona? Nella realtà dell’uomo post-moderno si predilige la vastità all’intensità, ci si confronta con gli altri piuttosto che con se stessi. Ci si ri-trae per mezzo di bit che mettono quasi alla berlina il sentimento, l’empatia o l’antipatia, tutti figli di quel πάθος che è motore dell’anima di un uomo. Oggi non è più necessario conoscersi in prima persona, oggi è determinante mostrarsi in prima persona. Se l’autoritratto generava una sana intimità, distesa nel tempo, con il proprio Io, oggi non c’è da perdere un solo momento per confermare agli altri che ci siamo — tralasciando il chi siamo. Questa è l’essenza ultima del selfie: ai pennelli vengono sostituiti i filtri, la percezione viene soppiantata da un rapido click, e lo specchio ridimensionato in webcam.

Siamo sempre in prima linea, in primo schermo ma come si è trasformato il nostro essere persona nelle sempre più comuni relazioni virtuali? Fino a che punto siamo disposti a palesare la nostra autenticità?

“La costituzione di una persona collettivamente conveniente è una grave concessione al mondo esteriore, un vero sacrificio di sé, che costringe l’Io a identificarsi addirittura con la persona, tanto che c’è della gente che crede sul serio di essere ciò che rappresenta” (Jung, 1965)

Viviamo nell’immediatezza, costantemente sottoposti al regime dell’INSTANT SHARE: condivisione istantanea, che –oggigiorno –vede maggior realizzazione su INSTAgram, non a caso. Il tempo deve essere superato, l’attesa annullata, (si veda questo post in merito all’attesa). Ed è proprio questa travolgente frenesia che ci discosta radicalmente dalla percezione — sempre in fieri — di noi stessi, ci allontana dal vicino e ci avvicina al distante; tutto assume un aspetto circolare e pertanto, sempre uguale a se stesso.

“Ciò che vien meno nell’epoca della riproducibilità tecnica è l’“aura” dell’opera d’arte”, pensava Benjamin (1966) in uno dei suoi più celebri passi più attuali che mai. Quella del selfie, infatti, è divenuta una sindrome a più riprese: nessuna postazione fissa su cui investire sano tempo, solo svariate angolazioni che fanno da sfondo ad una fugace vanità.

G. Klimt, Signora con ventaglio (1918)

Esporsi in prima persona implica diverse responsabilità ma altrettante soddisfazioni. Spetta solo a noi, tuttavia, il compito di chiarire che tipo di Persona vogliamo essere. Non è, come specificato sopra, un Nome ad etichettarci: la gente cambia, si trasforma, matura o regredisce, ed è fondamentale porre attenzione al nostro divenire; estraniarci dal nostro Io significa perdere la sensibilità di Essere Umano.  

Riferimenti bibliografici:

  • Benjamin, Walter. 1966. L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1935). Torino: Einaudi
  • Cacciari, Massimo. 2004. Della cosa ultima. Milano: Adelphi
  • Cacucci, Pino. 2014. ¡Viva la vida!. Milano: Feltrinelli
  • Heidegger, Martin. 1996. L’origine dell’opera d’arte (1950), in Sentieri interrotti. Firenze: La Nuova Italia
  • Jung, Carl Gustav. 1965. L’io e l’inconscio (1928). Torino: Boringhieri
  • Wittgenstein, Ludwing. 2009. Ricerche filosofiche (1953). Torino: Einaudi
Author profile

Classe '99.
Ho conseguito la maturità classica nel 2018, ad Agrigento.
Studentessa di Filosofia presso l'Università di Catania; collaboro per Etica-mente.

Mi astengo dal giudizio, ma non dalla ricerca del sapere.

3 Replies to “In prima persona: dall’autoritratto all’autoscatto”

  1. Bella riflessione, che ne apre molte altre possibili: l’autoritratto nel cubismo (tra tutti penso ad Autoritratto cubista di Dalí, per esempio) sembra cogliere quella molteplicità di volti-identità che l’autoscatto non fa altro che moltiplicare a dismisura, attraverso tutti i selfie possibili. Interessante anche il riferimento all’Instant Sharing: la ridefinizione della temporalità verso il cosiddetto “puntillismo” , anche in questo caso, non è che un’accelerazione, non una vera novità: pensiamo alla Polaroid, come necessità dell’istantaneità — anche se non direttamente legata all’autoscatto. La cosa che mi pare più significativa è che, sulla scia della tecnica, solo ciò che produce o è prodotto è (reale): dunque, maggiore produzione di sé, maggiore realtà di sé; ma, paradossalmente, la maggiore produzione alimenta la riproducibilità, che ha come effetto la perdita di realtà, intesa come aura o unicità.

    1. Grazie mille! Molto interessanti i suoi ulteriori spunti, soprattutto il riferimento al “puntillismo”: in un’epoca in cui la dimensione temporale è parcellizzata, anche noi finiamo nel mirino della “frantumazione”. Avere una completa e organica consapevolezza del proprio Io, tra l’altro, mi fa pensare al tipico uomo -più classicamente meridionale- “tutto d’un pezzo”. Concezioni valoriali distanti anni luci dalle odierne. Ma, allora, mi sorge una domanda spontanea:”Meglio essere autentici -anche se in modo anacronistico- o “frantumati”, ma al passo con i tempi?”

      1. E prima bisognerebbe stabilire che cosa significhi vivere autenticamente. Se è nel senso heideggeriano o orteghiano, vivere autenticamente significa essere in grado di tornare a se stessi, alla propria intimità e alla propria realtà radicale. In condizioni di progressivo scollamento del sé, delocalizzato e atemporale, quindi fuori dal proprio spazio e dal proprio tempo, le possibilità di un’esistenza autentica vengono meno. Ma resta da capire: l’uomo “d’altri tempi” era invece autentico? Solo perché andava più lentamente o era chiaramente legato ad una tradizione geografica precisa? Non era in un qualche modo anche quell’uomo tirato fuori da sé dalla forza della tradizione, dell’“occhio sociale” o della religiosità istituzionalizzata? A me pare che l’oggi non sia davvero nuovo rispetto al passato, ma solo più amplificato, più veloce e più a rischio di derive.

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