Il superamento del limite pascaliano nella società della stanchezza di Byung-Chul Han

1. Un cambio di paradigma

La società della stanchezza del filosofo sudcoreano Byung-Chul Han è un saggio che indaga i profondi cambiamenti della società contemporanea, in particolare l’evoluzione delle dinamiche psicologiche e sociali nella cultura neoliberista. Han, nella sua breve ma densa opera, analizza come il passaggio da una società disciplinare a una società di performance abbia portato a un cambio netto di paradigma. 

In particolare, la “società disciplinare” della modernità classica è caratterizzata dalla repressione esterna e dal controllo delle masse, invece la “società della performance” è quella contemporanea dove l’individuo è spinto a realizzare continuamente il massimo potenziale, senza l’intervento diretto delle istituzioni, ma attraverso un’autodisciplina imposta dall’interno: dal desiderio di successo, efficienza e realizzazione.

Il verbo modale che caratterizza la società della prestazione non è il “dovere” freudiano, bensì il potere (Han, 2020, p.77)

2. La dialettica della positività come superamento del limite

La principale criticità di questa società odierna è una nuova forma di stanchezza non solo fisica, ma soprattutto psicologica ed emotiva che porta ad un esaurimento mentale, causato da un eccesso di positività. La dialettica della positività, infatti, fa sì che l’individuo sia costretto ad essere sempre attivo (potenza positiva), produttivo, flessibile e ottimale, generando così una violenza neuronale, ovvero una pressione costante che porta a fenomeni come il burnout, la depressione e la solitudine.

L’individuo è il tiranno di sé stesso, intrappolato in una rete di aspettative che lo spingono a superare continuamente i propri limiti. E’ proprio qui che si intreccia, in questa analisi, il superamento del limite pascaliano all’interno della società della stanchezza.

Sin dai tempi antichi, l’essere umano si è rapportato alle forze naturali e agli dei, i quali a queste forze si rispecchiavano in veste antropomorfa. I greci sapevano ravvisare bene il limite umano: a voler andare oltre e a desiderare di innalzarsi all’altezza degli dei, si peccava di hybris, suscitando l’ira degli stessi. 

Charles-Antoine Coypel, L’ira funesta del Pelide Achille (1737)

Il limite pascaliano, in particolare, riconosce nell’uomo il paradosso della finitezza ed infinitezza dell’essere: infinitamente piccolo di fronte alla Natura, ma infinitamente grande se accetta di farne parte nella sua condizione particolare ed universale. Pascal, nella sua collezione postuma di frammenti intitolata Pensieri, afferma che l’uomo è grandezza capace di superare ogni limite e allo stesso tempo è miseria di fronte il mistero dell’immensità universale (Dio). L’essere umano è a nativitate limitato, ma allo stesso tempo capace di meraviglie e grandezze grazie alla ragione che lo contraddistingue. 

3. L’uomo pascaliano nella «società della stanchezza»

Calando il paradigma dell’uomo pascaliano nella società della stanchezza e portandolo agli estremi abbiamo di fronte “un soggetto di prestazione esaurito, depresso”, è per così dire logorato dalla lotta con se stesso. Del tutto incapace di fuoriuscire dal sé, di essere al di fuori, di affidarsi agli altri e al mondo, egli si trattiene in se stesso. Questo fenomeno conduce paradossalmente a scavare e svuotare il sé. Il soggetto si consuma come in una ruota da criceto, che gira sempre più velocemente su se stessa” (Han, 2020, p. 87). 

Così, rincorrendo la grandezza, l’uomo spezza la tensione dicotomica e si fa misero, intrappolato tra la finitezza della sua esistenza e l’ambizione di raggiungere l’infinito. Un conflitto che porta ad un’esperienza di lotta tra il desiderio di comprendere e il riconoscimento dei propri limiti. 

Han, come Pascal, ci pone in confronto con i nostri limiti umani: nel caso della società moderna, questi non sono imposti dall’esterno, ma dall’interno, attraverso il superamento continuo del sé data dalla competizione incessante con se stessi. Han ci mostra come la continua pressione a superare i propri limiti, a performare e a essere sempre migliori, crea una fatica esistenziale che risulta paralizzante. In questa visione, l’uomo non solo è destinato a confrontarsi con il proprio limite ontologico, ma è anche spinto dalla società stessa a ignorarlo, a non accettarlo, se non a fronteggiarlo come un ostacolo da superare. 

4. Da homo liber a homo sacer: un’assenza di limiti

In definitiva, La società della stanchezza e le riflessioni pascaliane sul limite umano si trovano a dialogare sulla finitezza dell’esistenza, sulle difficoltà e le tensioni che derivano dal riconoscimento dei nostri limiti e sulla necessità di trovare una risposta a questa condizione. Entrambi ci invitano a riflettere sulla nostra condizione esistenziale, sui nostri desideri e sulle nostre aspirazioni, cercando di riconciliare la grandezza dell’uomo con la sua naturale miseria.

Caspar David Friedrich,The Temple of Juno in Agrigento (1828-1830)

Ecco che il limite pascaliano diventa emblema della società contemporanea, si fa portavoce e manifesto dell’homo liber che si rivela homo sacer, uomo non libero ma sfruttatore e sfruttato, servo e padrone di se stesso.

Il sentimento di aver raggiunto uno scopo definitivo non si presenta mai. […] L’obbligo prestazionale lo costringe a realizzare sempre più prestazioni, così che egli non giunge mai allo stadio tranquillizzante della gratificazione. […] Egli cerca di superare se stesso, finchè non crolla. […] Autorealizzazione e autodistruzione, qui, coincidono. (Han, 2020, p.83)

L’odierna società della prestazione, dunque, con le sue convinzioni di libertà e deregolazione, non solo smantella del tutto i limiti del mondo greco e del pensiero pascaliano, ma va anche oltre. Ne deriva una totale assenza di limiti e confini, una promiscuità generale.

5. Una vita altra: il tempo di festa

Sorge allora quasi spontanea la seguente domanda: quale via di fuga? Han risponde che “abbiamo chiaramente tutto. Eppure, ci manca l’essenziale, ossia il mondo. Il mondo è diventato privo di voce e di linguaggio, afono. […] Abbiamo perduto anche ogni capacità  di meravigliarci. Viviamo in un grande magazzino trasparente, nel quale siamo osservati e manovrati come clienti trasparenti. Fuggire da questo grande magazzino non sarebbe necessario. Da esso dovremmo tornare a ricavare una casa, anzi una casa festiva nella quale valga davvero la pena vivere” (Han, 2020, p. 119).

La fuga perciò non è un’opzione. Han invece ci fa riflettere su uno dei bisogni più imminenti della modernità: quello del tempo di festa, del tempo solenne distrutto dall’assolutizzazione del tempo del lavoro. Abbiamo necessità di una nuova forma di vita, di una narrazione differente dalla quale derivi una vita altra che ci salvi dall’impasse. 

6. La potenza negativa come mezzo salvifico

Ancora una volta ci viene in soccorso il limite pascaliano che può essere interpretato come il riconoscimento dei confini della ragione umana, della propria ignoranza rispetto alla comprensione della stessa esistenza.

Pascal, con la sua riflessione sull’uomo, Dio e l’universo, ci invita a confrontarci con questi limiti, accettando la nostra condizione finita, ma anche cercando di andare oltre, nella consapevolezza della nostra posizione nell’immenso universo, senza però spezzare la tensione finito-infinito, miseria-grandezza, nel percorso che delinea l’uomo come via di mezzo. 

Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia (1818)

“L’uomo è solo una canna, la piú fragile della natura; ma una canna che pensa. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo; un vapore, una goccia d’acqua bastano a ucciderlo. Ma, quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre piú nobile di quel che lo uccide, perché sa di morire, e la superiorità che l’universo ha su di lui; mentre l’universo non ne sa nulla. Tutta la nostra dignità sta, dunque, nel pensiero. In esso dobbiam cercare la ragione di elevarci, e non nello spazio e nella durata, che non potremmo riempire. Lavoriamo, quindi, a ben pensare: ecco il principio della morale.” (Pascal, 1967, frammento 377).

È qui che la salvezza sta nella dimensione del pensiero, in particolare dell’inutilità filosofica (non meramente funzionale a qualcosa), vera condizione di libertà. Ritagliarsi dei momenti di potenza negativa, di inutilità, un tempo contemplativo in cui positivo e negativo si mescolano insieme, coesistono senza farsi guerra è fondamentale per la preservazione della sfera più sacra dell’essere umano: quella dell’ ignoto, del mistero, ciò che nutre la realtà radicale di Ortega y Gasset (vedi questo post). 

Bibliografia:

  • Byung-Chul, Han. 2020. La società della stanchezza. Nuova ediz. Milano: Nottetempo
  • Ortega y Gasset J. (1957), L’uomo e la gente, a cura di A. Savignano, trad. di A. Savignano, Mimesis, Milano, 2016
  • Pascal, Blaise. 1967. Pensieri (1670). Torino: Einaudi

Author profile
Veronica Pisana

Studentessa di Filosofia presso l’Università degli studi di Catania. La scrittura è per me uno stile di vita. Mi meraviglio difronte alle piccole cose e mi piace guardare la realtà con occhi sempre nuovi, mai stanchi, bensì attenti e critici verso il reale. Sono alla ricerca del mio “Grande Forse”, parafrasando lo scrittore francese Francois Rabelais.

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