Elogio del surreale: il sogno e la sua dimensione etica

Noi abbiamo sogni; non è forse tutta la vita un sogno?

Così ebbe a dire A. Schopenhauer nella sua opera Il mondo come volontà e rappresentazione (I, 5). Il sogno è quella dimensione, quell’oceano surreale nel quale ti immergi, tocchi il fondo, gli abissi della tua coscienza, vi rimani per tanto tempo senza risalire in superficie, eppure ancora respiri, vivi e forse anche con più ossigeno, con più vis vitalis, con più sangue pulsante nelle vene. Non è l’evasione dal carcere della vita: è vivere la vita per eccellenza; è Caso (dunque anche fato): sfogliare il libro della vita casualmente significa sognare (Schopenhauer, 1819).

Il sogno ha sempre occupato un posto di rilievo nelle civiltà arcaiche, a partire dall’antico Egitto, dall’antica Grecia, in quanto ritenuto profetico-sacrale; un’importanza che ormai non gli attribuiamo più.

Siamo tanto presi dalla frenesia, dall’angosciosa oppressione quotidiana, (“l’angoscia che si angoscia per il suo essere-nel-mondo stesso” (Heidegger, 1927)) dal divertissement, dai target della perfezione, che non sentiamo ormai l’esigenza di una connessione ad un livello superiore, quasi trascendentale, misterico, quale quello del sogno. Preferiamo farci trascinare dalla corrente dell’utilità, della strumentalizzazione (Taylor, 2018), dal materialismo, dalla logica imperante del consumismo capitalista, della fruizione immediata, dei social network, che poi tanto “social” non sono.

Si palesa la società dei consumi odierna per quel che è, una società che

“fagocita anche la sfera degli affetti, che vengono analizzati, valutati, calcolati secondo le logiche del capitale e del profitto. Nulla sfugge alla società del funzionamento” (Vittorio, 2020).

Così l’uomo si aliena e diventa “senza qualità” (Musil, 1940). Non c’è più tempo per sognare (e farlo bene), non ci sono più i valori per considerare positivamente la sua dimensione, la sua funzione, così come per meditare, solo per dormire, nell’epoca del presentismo che ci schiaccia, del post-umano: non v’è spazio alcuno per un qualsiasi livello che riconduca ad elementi che non siano automatizzati, appiattiti, funzionanti, decontestualizzati, accelerati, desacralizzati. Infatti abbiamo desacralizzato l’opera d’arte: la causa risiede nella produzione, nella riproducibilità tecnica (Benjamin, 2000).

La prima testimonianza scritta sull’attività onirica è riportata nell’Epopea di Gilgameš, rinvenuta su tavolette di creta nella biblioteca di Assurbanipal. Aristotele, particolarmente interessato ai sogni, scrisse nei Parva naturalia (in tre saggi dedicati a questo tema: De divinatione per somnium, De somniis e De Somno et vigilia) che il sogno è un esaltatore della realtà. Per Aristotele la funzione del sogno è quella di informare sulle condizioni di salute di chi sta sognando e quella di indicare il migliore comportamento possibile per il futuro. Nella tradizione ebraica e cattolica il sogno costituiva il momento epifanico nel quale Dio parlava all’uomo, sua creatura.

Nel mondo dell’occulto bisogna disoccultare, nel mondo ove la solitudine regna sovrana, bisogna relazionarsi: il sogno rappresenta la cura a molti mali della società presente del tutto in atto e del poco potenziale: si è subito all’atto senza nemmeno passare per il potenziale.

Il sogno diviene luogo di relazione con la propria egoità, con l’altro, soprattutto, e con il tutto. Noi siamo relazionalità e reciprocità. “Beziehung ist Gegenseitigkeit” (Buber, 1923). Infatti “prima dell’io c’è il tu, perché l’altro che mi appare dinnanzi non è semplicemente un altro, ma è alter ego, è un altro come me, un altro io” (Ortega y Gasset, 1967). Purtroppo “nel nostro mondo di individualismo rampante, le relazioni presentano i loro pro e contro. Vacillano costantemente” (Bauman, 2008). Il sogno è enigma senza fine.

S. Dalí, L’enigma senza fine (1938)

Ma l’enigma alla fine e spesso vien svelato. Il sogno è quindi anche il luogo ove il velo di Maya cade per lasciar posto alla manifestazione del vero del non ancora attualizzatosi e dell’attualizzantesi, del futuro dunque. Oniro ci apre la porta: ecco la via che ci conduce alla rettitudine, che le cose appaiono chiare, più chiare che nella dimensione della realtà, ove la fantasia è bagno di concretezza, realismo. Pensiamo a tutte quelle parole mai dette e che invece avremmo voluto o dovuto dire, a tutte quelle lettere scritte mai inviate, a quei messaggi cestinati fra mille ripensamenti e lacrime nelle notti insonni: nel sogno le diciamo, le urliamo.

“I moti del desiderio, ciò che non è stato portato a termine durante il giorno, ciò che avremmo voluto fare e dire, residui della vita vigile conscia, passano dunque per la formazione del sogno in secondo piano” (Freud, 1899).

Pensiamo all’immortalità del momento qui chimerico, del tutto così eternamente immutabile e silenzioso. E il tempo tace , nulla scorre, tutto si arresta pur correndo. Pensiamo a tutti gli amori della nostra vita andati in frantumi: è possibile qui mettere “le toppe”, ricucire, aggiustare e non sicuramente buttare nella pattumiera oppure liquidare e bere, il tutto alla velocità della luce, nell’era del “proiettile” che esercita il suo potere, quel famoso proiettile teorizzato da Lasswell.

Possiamo dialogare con quegli affetti non più presenti in questa vita terrena, che ci hanno lasciato, che non avremmo voluto perdere, che non abbiamo mai dimenticato. L’attività onirica è pura poiesis nella visione estatica. Ci permette di creare, modellare, distruggere, contemplare, venerare, ammirare, di passare da una dimensione ad un’altra, di baciare e di picchiare l’altro, di fuggire… persino di volare.

Possiamo compiere mille viaggi, pur rimanendo nello stesso luogo. Siamo “dappertutto e da nessuna parte”, sospesi oltre il tempo, lo spazio, nell’onni-temporalità e spazialità metafisica, oltre l’umano e con l’umano che ci costituisce ontologicamente: sorge l’oltreuomo nella presa di coscienza del vero se stesso, del pieno se stesso, del tutto se stesso, con le sue paure, i suoi amori, le sue sofferenze, i suoi desideri, le sue passioni più lucide, men lucide nel climax della tragica realtà: è solo un sogno.

Ma è proprio nel sogno che l’uomo si orienta, nasce come il sole ad est, come un Dio: l’uomo è trans-umano, trascendentale nella molteplicità dei mondi concatenanti, universi paralleli. E se tutta la nostra vita, nella sua forma più autentica, fosse un sogno? Nella quotidianità viviamo di contenuto manifesto, ma è il contenuto latente quello più vero, quello che più ci appartiene, veramente nostro e di nessun altro che ci è peculiare.

E forse è vero che

noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita” (Shakespeare, 1623, a. IV, s. I) — si veda anche qui

Eros e Thanatos, l’impulso di amore e morte ivi, titanicamente, si rivelano.

R. Magritte, La battaglia delle Argonne (1959)

La metamorfosi auspicabile, un sussulto d’immortalità prende forma.

Ecco il surrealismo. Il genio di Dalí ha saputo coniugare l’alterazione della coscienza al materialismo, le “ali delle sue farfalle”, non transeunti, alla vita corruttibile, nella colorazione estremamente vivace, nel dissolversi, sgretolarsi dell’attimo attraverso l’istituzione del paranoico: ogni lancetta che scandisce l’ora, il minuto, il secondo non esiste più, persiste la memoria, gli orologi diventano relativi e molli.

Ed un altro maestro di surrealismo, indiscusso, è sicuramente Kafka con i suoi infiniti piani simbolici. La riproduzione artistica della dimensione del sogno è fondata principalmente sull’accostamento inusuale e sulla deformazione. Il romanzo Il Processo è un continuo dispiegarsi di raffigurazioni surrealiste, è un esempio mirabile della loro applicazione. I luoghi sono deformi, la storia è piena di scene assurde, spesso anche ridicole.

Questa è un’apologia del sogno e della sua dimensione fortemente etica.

Il sogno che ci permette di amare e di odiare, di vedere sotto una luce diversa le molteplici situazioni, di relazionarci e dunque di dialogare, di prender coscienza, di “conoscere noi stessi”, di recuperare uno spazio interiore, di “risvegliarci”, di vivere nell’oltre e nel tutto, nel niente, nel prima e nel dopo, nella memoria, nella cristallizzazione. Il sogno che ci permette di vivere nell’ attimo sospeso, nel non in bilico, nel non mai attualizzato e nella potenza dell’atto, nel nascondimento, nel decadimento del poco certo, nella rivelazione del sacro e del mistero, dell’ignoto e del contenuto non manifesto, della visione estaticamente sensazionalista che ci ricongiunge all’archetipo, nell’abbandono totale dello spazio e del tempo, nel voltare le spalle al mero negotium. Lasciamoci trasportare dalla vita che ci viene incontro. Accogliamo questa vita nella sua più raffinata e prepotente sfaccettatura, nella sua più autentica ed elevata espressione.  Orbene:

Sogno dunque sono.

Riferimenti bibliografici:

  • Bauman, Zygmunt. 2006. Amore liquido. Bari: Laterza
  • Bauman, Zygmunt. 2008. Vita liquida. Bari: Laterza
  • Benjamin, Walter. 2000. L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1935). Torino: Einaudi
  • Buber, Martin, 2011. Io e tu (1923). In Il principio dialogico e altri saggi. Milano: San Paolo
  • Freud, Sigmund. 2011. L’interpretazione dei sogni (1899). Firenze: Giunti
  • Heidegger, Martin. 2016. Essere e Tempo (1927). Milano: Mondadori.
  • Musil, Robert. 2014. L’uomo senza qualità (1940). Torino: Einaudi
  • Schopenhauer, Arthur. 2009. Il mondo come volontà e rappresentazione (1819). Bari: Laterza.
  • Shakespeare, William. 1997. La tempesta (1623). Torino: Einaudi
  • Taylor, Charles. 2018. Il disagio della modernità (1992). Bari: Laterza
  • Vittorio, Massimo. 2020. “Il diritto all’Inutilità nella società del funzionamento”. In Vita Pensata, X, 21

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Studentessa di Filosofia presso l'Università degli studi di Catania- Disum- (Monastero dei Benedettini).

3 Replies to “Elogio del surreale: il sogno e la sua dimensione etica”

  1. La condizione umana, produttiva, macchinosa, schiavizzante , ha avuto una battuta d’arresto! Ad un certo punto il frastuono degli ingranaggi è cessato, il silenzio ci ha svegliati. Forse dormivamo , ma quello che facevamo non era un “sogno” , ma un incubo dove tutti erano come zombie , che si affannavano a mangiare l’uno la terra dell’altro. È da tre mesi che il mondo improvvisamente si è svegliato . Io,come molti altri, ho ricominciato a “sognare”, creare, viaggiare e amare il silenzio conciliatore del riposo . Ma da qualche giorno il frastuono è ricominciato, con un lento martellare, ma che pian piano aumenterà le sue note gravi. Ed il mondo ? Ed il mondo si è riaddormentato come non si fosse mai svegliato. Ed io ? Ed io nuovamente faccio i conti con la mia insonnia!

    1. Ben detto! Condivido pienamente la sua riflessione che è il risultato di un’attenta analisi della situazione presente che tutti stiamo vivendo . Ha saputo attualizzare quanto da me espresso in questo semplice articolo. Ed è proprio vero che il martellare aumenterà le sue note gravi, con i suoi dovuti e noti effetti.

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