Quali sono i limiti della solitudine umana? L’essere umano è solo, ma contemporaneamente inserito nella socialità. Allora, cosa accade all’interno della solitudine? Possiamo distinguere tra una solitudine che nutre e una che distrugge? Tra solitudine autocostruttiva e solitudine autodistruttiva?
La solitudine è il luogo in cui ciascuno è nel suo essere più autentico e si pone in ascolto del silenzio eloquente del proprio più autentico discorso interiore. Parlare di solitudine e silenzio dunque è difficile, in primis, perché, in entrambi i casi, questo ci chiama a compiere un’immersione nell’intimità umana; in secondo luogo, vi è un altro limite dato dal fatto che la solitudine è sempre mancanza, assenza dell’altro, dunque, implica in se stessa l’alterità. Proveremo a esplorare i limiti della solitudine umana, cercando di intrecciare un dialogo tra Ortega y Gasset, Kierkegaard e Pavese.

L’essere umano, radicale solitudine
Ortega y Gasset ne L’uomo e la gente sostiene che “la vita è intrasferibile […] La mia vita è, dunque, costante e ineludibile responsabilità di fronte a me stesso” (Ortega y Gasset, 1949, p. 173). In altre parole, ogni umano è condannato a scegliere, a prendere da solo le proprie decisioni di vita: nessuno, infatti, può sostituirci nel duro compito di vivere. Dunque, “la vita umana, essendo intrasferibile, risulta essere essenzialmente solitudine, radicale solitudine” (1949, p. 163).
Questa radicale solitudine che è l’uomo, tuttavia, non implica il supporre che esista solo lui come unica realtà. Nella sua radicale solitudine, l’uomo è solo, ma solo con le cose; e tra queste cose ci sono anche gli altri esseri umani. Pertanto, è insito proprio nella sua solitudine radicale che l’umano senta la mancanza di qualcuno, che avverta un’ansia non meno radicale di compagnia e si sforzi così di uscire da questa condizione di solitudine compiendo i più svariati tentativi. Uno di questi è l’amicizia, ma il più grande tra tutti è l’amore.
L’importanza degli altri
Come abbiamo accennato fin dall’inizio quella umana, dunque, è una vita caratterizzata dall’ “alternar” (1949, p. 205), ovvero dal fatto che ci alterniamo, siamo sempre uno dei termini della coppia unus et alter. L’alternarsi, inoltre, implica il fatto di tener conto dell’altro come di qualcuno che possa reciprocarmi, pertanto, la vita umana è una vita di inter-azione, una vita di relazione: alternarsi significa avere una “relación social” (1949, p. 205).

È opportuno tuttavia ricordare, come fa Ortega y Gasset, che quando ciascuno vive la sua vita nella società tende ad allontanarsi dalla sua realtà radicale. In altre parole, solo nella solitudine l’individuo è la sua realtà radicale, è la sua verità, mentre nella società tende semplicemente alla convenzione e alla falsificazione di se stesso (1949, p. 202).
Eppure, questo “me stesso sociale” che appare agli altri è invisibile a me. In tal senso, la percezione che io ho di me stesso non è poi così distante dalla percezione che io ho degli altri. Potremmo pensare allora che, al di là della nostra realtà radicale, noi siamo, in parte, altri per noi stessi, le vite degli altri esseri umani sono altro per noi e noi a nostra volta siamo altri per gli altri. Potremmo dire che in questa vita, ciascuno con-vive, anche, con questo altro che siamo noi stessi nella solitudine di questa ispida circostanza.
La solitudine dell’intellettuale
Nonostante il ruolo cruciale dell’altro nella vita di ciascuno, al di là del “me stesso sociale”, l’essere umano torna alla sua realtà radicale solo tornando alla sua solitudine. Questo è particolarmente evidente nella vita intellettuale o artistica: silenzio e solitudine sono nutrimento essenziale di pensieri, creazioni, opere d’arte e poesie. A tal proposito, Kierkegaard negli Atti dell’amore scrive: “Certamente il poeta ama la solitudine, egli l’ama per trovare nella solitudine la felicità perduta dell’amore e dell’amicizia spenta: come chi cerca un luogo oscuro per contemplare, con ammirazione, le stelle” (Kierkegaard, 1847, p. 293).

Quanto scrive il Filosofo danese è perfettamente espresso in Pavese. Nelle sue opere troviamo una sete di solitudine che sfocia in un isolamento volontario che annichilisce l’umano. Questo è ben rappresentato dalla solitudine del protagonista de Il Carcere, intellettuale problematico e angosciato che fa di ciò un espediente per starsene da solo, manifestando un certo gusto per la solitudine. Ogni volta, infatti, che Stefano cerca di rompere il perimetro della solitudine, si pente, come se percepisse quel cerchio isolante come il suo vero habitat: “L’angoscia stessa del suo isolamento colorava d’avventura la sua vita” (Pavese, 1939, p. 28).

Da qui il carcere volontario di Stefano/Pavese. Meglio rimanere dietro le sbarre per sognare un giorno di poterne uscire, piuttosto che uscirne veramente: uscire dal carcere, uscire dal cerchio della solitudine significa assumersi la responsabilità del vivere, del rischio dell’incontro con l’altro. Dunque, il solitario per una forma di vigliaccheria autoprotettiva rifiuta la responsabilità che il vivere con gli altri comporta.
Tra donne sole
Ancora la solitudine è protagonista di un altro romanzo di Pavese, Tra donne sole. Clelia, Rosetta e Momina si trovano in una spirale di solitudine autodistruttiva, posizionate a tre livelli diversi: Clelia a un livello più superficiale, Rosetta al livello più abissale e Momina a un livello mediano, fa da cerniera tra le due.

Clelia è una donna ambiziosa, animata dalla smania di fare da sola, di bastare a se stessa, convinta del fatto che per diventare qualcuno bisogna liberarsi dei legami. Dunque, in questa sua inquieta fame di rivalsa sociale, Clelia inizia ad amare la sua solitudine, ad avere il “vero vizio” del piacere di starsene da sola, per non cadere in inconvenienti sentimentali.
Solitudine autocostruttiva
Eppure, Clelia sa bene che “non si impara a bastar da soli se non si è fatta l’esperienza in due” (1949, p. 102); e dice questo proprio a Rosetta, ricordando i tempi in cui era stata innamorata. Quel tempo in cui Clelia aveva corso il rischio dell’incontro con l’altro, era uscita fuori dalla sua solitudine radicale e aveva lasciato che il suo corpo fosse attraversato da emozioni vibranti.

Ma, si può davvero decidere razionalmente di amare? E, soprattutto, si può davvero amare un’altra persona più di se stessi? Clelia impara a sue spese che non è così: che l’amore autentico non si decide con la testa, ma si sente col cuore; e che “non si può amare un altro più di se stessi. Chi non si salva da se non lo salva nessuno” (1949, p. 21).
In altre parole, la donna aveva cercato di riempire il suo vuoto interiore con un’altra persona, senza però essersi prima presa cura della propria solitudine radicale, quella che nutre, quella che induce all’autoconservazione di sé. E non è possibile amare qualcun altro, se non si comincia prima amando se stessi, amando la propria realtà radicale di solitudine.
Così, la fine dell’innamoramento con Guido acuisce in Clelia il vuoto, la sua vita diventa un vuoto a perdere che prova a riempire con l’ambizione: per dolore sbarra le porte all’incontro con l’altro e diventa impermeabile ai sentimenti. Varcando il limite della solitudine che nutre, inizia a odiare se stessa, a sprofondare nelle sabbie mobili dell’isolamento, la solitudine che distrugge.

Solitudine autodistruttiva
Ma ancora più autodistruttiva è la solitudine di Momina che conduce con cinismo la sua edonistica vita mondana in una società vuota di valori, tra salotti di artisti sfaccendati, disillusi e corrotti. Momina considera l’amore qualcosa di sudicio e con le sue idee sprezzanti influenza la già smarrita e fragile Rosetta che vede in lei un punto di riferimento, tanto da interiorizzare le sue parole e ripeterle meccanicamente come se fossero sue. Forse è proprio questa la differenza tra una solitudine autocostruttiva e una solitudine autodistruttiva: la prima è tornare a se stessi per alimentare la propria luce; la seconda è inabissarsi in se stessi rimanendo ingoiati nelle proprie tenebre.

Una volta varcato il limite che separa l’una dall’altra è difficile riemergere. Rosetta oltrepassato questo limite, non trova una connessione sana e nutriente con un altro significativo che le faccia da ancora di salvezza, che freni la sua caduta. Vorrebbe forse una salvezza esterna, ma non arriva, né da Momina, né da Clelia, né da nessun altro, perché, in fondo, è difficile salvare qualcuno se quel qualcuno non vuole salvarsi. Questa, probabilmente, è la ragione del disperato epilogo di Rosetta che dalla solitudine autodistruttiva si inabissa nelle tenebre della morte.
“E si chiedevano come può darsi che chi come Rosetta ha tanto bisogno di vivere, voglia morire” (1949, p. 103). Forse la risposta, la salvezza sta proprio nell’imparare a rispettare i limiti: a prendersi cura della propria solitudine radicale, ad assolvere la propria vulnerabilità, ad accettare con pietà la propria misera grandezza umana.
Riferimenti bibliografici
- Kierkegaard S. 1847. Kjerlighedens Gjerninger (trad. C. Fabro, Atti dell’amore, in Prima Serie, II C, Milano: Bompiani, 2003, pp. 290-393)
- Ortega y Gasset, J. 1949. El hombre y la gente. Curso 1949-50, in Id., Obras completas, Tomo X. Madrid: Taurus, 2017, pp. 139-326
- Pavese C.1939. Il carcere, in Id., Prima che il gallo canti (1949), Torino: Einaudi, 2021, pp. 5-104
- Pavese C. 1949. Tra donne sole, Milano: Foschi editore, 2021
Dottoranda di ricerca presso l'Università di Catania con un progetto sul pensiero di Ortega y Gasset. La scrittura e la lettura sono due dei miei luoghi preferiti. I miei interessi di ricerca riguardano principalmente l'Antropologia Filosofica e l'Etica. Mi occupo del coordinamento della redazione di Etica-mente: blog, Rivista scientifica (ANVUR Area 11) e Magazine di filosofie ed esistenze.





