Dentro la donna non esiste né giorno, né notte. Una lettura di Ortega y Gasset sull’universo femminile

Il filosofo spagnolo Ortega y Gasset dedicò molte pagine al tema della donna e della femminilità. In diverse sue opere emerge l’attenzione specifica con cui egli guardava le donne: in tutti i sensi possibili e con tutti i sensi possibili. Ortega y Gasset non nascose mai il piacere che provava per la bellezza femminile, per la sua corporeità, per le sue peculiarità.

A quell’essere particolare chiamato donna, Ortega riservò sempre un spazio speciale, perché egli riconosceva che di un essere particolare si doveva trattare. Non era soltanto uno sguardo romanticheggiante, o da cavaliere d’altri tempi: era una fenomenologia dell’altro femminile, cioè un’analisi dell’altro – tema centrale in Ortega – che diventava esplorazione di un’alterità particolare: la donna, appunto (spesso in relazione all’amore e al desiderio).

J. Vermeer, La ragazza con l’orecchino di perla (1665)

Pur collocando il pensiero dello Spagnolo entro il suo contesto storico-culturale – per la maggior parte delle pagine dedicate alle donne si tratta degli anni Quaranta del secolo scorso – viene da chiedersi: la lettura di Ortega y Gasset della donna, sulla donna, è ancora praticabile? È oggi accettabile la prospettiva da cui egli guarda le donne? Lo stesso Ortega probabilmente intuiva una certa problematicità di alcune sue affermazioni in merito all’universo femminile, ma egli non la riconduceva mai al contenuto di quelle affermazioni, bensì all’appiattimento omologante in cui la società moderna – descritta magistralmente ne La ribellione delle masse – stava progressivamente scivolando: la donna, anzi l’idea di donna, l’idea che le donne stesse stavano iniziando a farsi di se stesse non era il risultato di un’emancipazione, ma di un’omologazione, di una mutilazione della propria natura, come sacrificio portato all’altare dell’uguaglianza.

In effetti, l’uguaglianza di genere è per Ortega un profondissimo segno di tempi disagiati: nella potentissima centrifuga del tutto-uguale-a-tutto, non distinguiamo più perfino uomini e donne. Si disperde, ormai annacquata, ogni caratteristica degli uni e delle altre all’interno del grande calderone dell’omologazione, del conformismo, dell’astrazione – concetto centrale in Ortega – ingredienti di una minestra fredda e insipida. Lo scollamento dalla vitalità esistenziale, dalla vita vissuta di individui – uomini e donne – a favore di una presunta università di generi, costumi, idee, valori finisce per trasformare la vita in una sua simulazione, o in uno spettacolo teatrale, peraltro noioso e ripetitivo, sempre uguale a se stesso.

L. Da Vinci, Gioconda (1503)

Qui stava, dopo tutto, la critica di Ortega alla fenomenologia dell’alterità di Husserl: non mi accorgo degli altri solo perché corpi distanti dal mio, ma in quanto in quei corpi scorgo una radice vitale – realtà radicale – come la mia, ma inaccessibile a me. È l’apparizione dell’altro, che mi appare non come mi appare la pietra o perfino l’animale, cioè come mero alter, ma come alter ego, come un altro portare di vita proprio come me. E di questo altro particolarissimo che è l’altro uomo ve ne è un tipo ancor più particolare, “un altro che è un’altra, che è la donna” (2016, p. 131).

Chi è quest’altro che chiamo donna? Perché e in che cosa è diversa? Per Ortega y Gasset la donna è diversa dall’uomo per almeno tre ragioni.

1. La donna è un essere confuso. Ma questa confusione non va subito letta con un’accezione negativa; non è un difetto, come non lo è per l’uomo quello di non avere le ali – ricorda Ortega. A differenza della donna, l’uomo è fatto di evidenze – spesso sbagliate; l’uomo ha una linearità che significa essere spigoloso, ruvido, rigido. È invece nella confusione della donna che le traiettorie della vita diventano morbide, dolci, delicate, dubbiose, incerte, complicate: la donna vive

“nel perpetuo crepuscolo; non sa bene se vuole o non vuole, se farà o non farà, se se ne pentirà o non se ne pentirà. Dentro la donna non esistono né il giorno né la notte: è sempre il tramonto. Per questo è essenzialmente segreta” (2016, p. 134).

H. Matisse, Donna con cappello (1905)

2. La donna ha un’umanità inferiore: questa è probabilmente l’affermazione più problematica di Ortega y Gasset. Egli però ne offre una giustificazione: dal punto di vista maschile, agli occhi del maschio – egli scrive – la donna appare umana, ma meno umana del maschio. È l’idea del cosiddetto “sesso debole”. E, in effetti, Ortega riconosce questa seconda proprietà della donna: la sua debolezza. Non si tratta soltanto di una critica a un tipo di femminilità mascolina, all’idea di virago, ma, più in generale, all’omologazione che impone modelli forti di riconoscimento e di emancipazione. È qui che Ortega critica Simone de Beauvoir, non a caso. È la difesa delle differenze, di un dualismo sessuale, che rende la donna diversa dall’uomo. Ma è in atto – ricorda Ortega – una mania ugualitaria, che “ha fatto sì che negli ultimi tempi si sia tentato di minimizzare la questione del dualismo sessuale” (2016, p. 135).

In un passaggio che ho riletto sempre con lo stesso piacere, Ortega ricorda quando, da giovane, si trovava a bordo di un transatlantico di ritorno da Buenos Aires.

“Fra i miei compagni di viaggio c’erano alcune signore americane, giovani e molto belle. Anche se il mio atteggiamento nei loro confronti non sfiorava nemmeno l’intimità, era evidente che io mi rivolgevo a ognuna di loro come un uomo si rivolge a una donna che si trova nel pieno dei suoi attributi femminili. Una di queste signore si sentì offesa nella sua condizione di donna americana. […] Mi disse: «Esigo che si rivolga a me come un essere umano». Io non potei fare a meno di risponderle: «Signora, io non conosco questo tale che lei chiama essere umano. Io conosco soltanto gli uomini e le donne». […] Quella giovane era stata plagiata, in qualche college, dall’educazione razionalista dell’epoca, e il razionalismo è una forma di ottusità intellettuale […]. In questo caso il razionalismo era riuscito a elaborare l’ipotesi dell’astrazione dell’«essere umano»” (2016, pp. 132-3).

F. Kahlo, Autoritratto con Bonito (1941)

3. La donna è corpo ed iperestesia. Questa è la terza ed ultima caratteristica che Ortega attribuisce alla donna: la relazione del suo ego col suo corpo è profondamente diversa rispetto alla relazione che l’uomo ha col proprio corpo. Mentre l’uomo vive il proprio corpo solo come uno strumento per fare, separato del tutto dalla parte psichica, insomma nel pieno spirito del dualismo cartesiano, la donna – per Ortega – è una combinazione del tutto indecifrabile di mente e corpo: “Le conseguenze sono chiare: l’intera vita psichica della donna è più integrata con il suo corpo di quanto non accada per l’uomo; vale a dire che la sua anima è più corporea e, viceversa, il suo corpo convive più costantemente e strettamente a contatto con il suo spirito” (2016, p. 139). L’iperestesia è la dote femminile di sentire più in profondità, di avere connessioni complesse e lontane, di cui l’uomo è totalmente privo. L’attenzione della donna per il corpo e per un corpo sacro perché custode dell’anima ha dato vita – ricorda Ortega – al decoro e alla decorazione, all’igiene, alla raffinatezza, al garbo.

E forse, allora, la lettura orteghiana dell’universo femminile si rivela infine un inno a questo essere tanto diverso perché speciale, un nostalgico invito a cogliere le differenze e le qualità più tipiche, a scorgere la radicalità che rende unico ciascun individuo. Questa è, in fondo, l’idea di debolezza che Ortega aveva in mente. Ed è una debolezza che presto si rivela essere una ricchezza, nascosta ai più, come in un prezioso scrigno di cui pochi eletti possiedono la chiave: perché nell’apparizione di quell’altro essere speciale che è la donna, appare un corpo e appare già un’anima, misteriosa, segreta, incomunicabile. Era tutto sommato l’idea di amore che Scheler aveva già descritto nel suo Ordo amoris: non amo quello sguardo o quei gesti, ma li amo in quanto sei tu ad avere quello sguardo e a compiere quei gesti.

M. T. Liepke, Girl with rings (2017)

Dunque questa doveva essere la debolezza della donna; ma anche la sua forza: perché “l’attrazione erotica che il corpo femminile produce nell’uomo non è scatenata dal corpo della donna in quanto tale, ma il nostro desiderio esiste proprio perché il suo corpo è un’anima” (2016, p. 140). Che quest’anima femminile possa non svanire mai!

Riferimenti bibliografici
Ortega y Gasset, José. 2016. L’uomo e la gente [Corso 1949-50] (1957). Mimesis: Milano.

Author profile

Fondatore di Etica-mente. Ricercatore di Filosofia Morale presso l'Università di Catania. Direttore del Laboratorio di Etica e Informazione Filosofica e Chief Examiner per l'IBO. Si occupa di Etica Contemporanea, Etiche Applicate e Antropologia Filosofica.

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